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Riflessioni sull'abitare

Una rete che unisce più punti di diverse dimensioni

Discorsi intrecciati

Questo tema è intersezionale ad almeno un paio di discorsi che mi stanno a cuore:

  • Le cose non devono per forza andare come ci viene insegnato (attivamente e, soprattutto, passivamente)
  • Riconsiderare come pensiamo e agiamo nei confronti delle persone con cui abbiamo un legame (qualsiasi)

Sembra che sia tutto scritto

Studi da fuorisede? Certo che vivi in una casa condivisa… beh non è che hai tutti questi soldi.

Finisci di studiare? Ecco che, dopo un piccolo periodo di assestamento, scattano tutte le altre regole (aspettative sociali) per quella fase della vita:
Un monolocale? Un bilocale se sei fortunatx? In ogni caso, ti trovi un appartamento (magari scassato perché… beh non è che hai tutti questi soldi).

Guarda caso, hai un sacco di cose a cui pensare durante il giorno e a fine giornata hai solo voglia di tornare in un posto in cui puoi stare tranquillx.
Pian piano ti adagi in quel comfort.
Magari conosci pure una persona con la quale fare sesso (o condividere dell’intimità fisica) e - magicamente - questa caratteristica del rapporto diventa la chiave per entrare a far parte di quella zona di comfort che ti sei costruitx dietro alle mura di casa.
A quel punto iniziate a coabitare e vivete felici e content3.

MA DOVE STA SCRITTA QUESTA COSA?!

Parto mettendo le mani avanti:
Con questo articolo non voglio assolutamente biasimare persone che fanno questa scelta, ma voglio criticare l’assunto per il quale sembra che questa - quando le condizioni ce lo permettono - sia l’unica strada che si prefigge davanti a noi (o, se non l’unica, quella “giusta”).
Questo però diventa problematico perché, quando consideriamo delle azioni/pratiche come “giuste”, consideriamo (volontariamente o meno) le altre come “sbagliate”. Il binomio giusto/sbagliato viene da se.

Ricollegandomi agli esempi citati sopra, tra le dinamiche “non giuste” o “strane” troviamo per esempio il condividere la casa con altre persone (coinquilinx) dopo i 30 anni o il non avere una persona (partner) con cui coabitare dopo i 35/40 anni.

Il legame tra l’abitare e la cultura della monogamia

Il discorso sull’abitare si interseca con il modo in cui ci viviamo i rapporti. Aleggia nell’aria l’idea che non si possa veramente pensare ad una progettualità abitativa con delle persone “““amiche””” (intese quelle con cui non si fa sesso).

Per analizzare i rapporti, prendiamo per esempio le persone canonicamente definite come “amiche” e come “partner”. A questi insiemi di persone generalmente si applicano regole, aspettative e attenzioni diverse. Nel momento in cui questo assunto crolla e questi gruppi di persone diventano fluidi uno con l’altro, ripensare l’abitare diventa una conseguenza.

Per capire meglio cosa intendo quando parlo di diverse regole e aspettative nei rapporti, intendo questo:

  • È viva l’idea che ci si possa trasferire nella stessa casa di una persona con cui si fa sesso. Al contrario, fa strano sedersi al tavolo con una persona “amicx” e chiederle di andare ad abitare insieme (più si invecchia e più è evidente).
  • È viva l’idea del “dai che posso dare una forma alla mia vita in modo tale da potermi muovere nella stessa città di persona X con la quale ho una “““storia romantica”””. Al contrario, se una persona amica pensa di trasferirsi altrove, ci si mette subito nell’ottica di salutarla per sempre.
  • È viva l’idea che la progettualità all’interno di una coppia monogama non sia un taboo e che tra partner si possa parlare seriamente di questi temi.

Quando mai si vedono persone spendersi così tanto nel trovare compromessi e creare attivamente una progettualità di vita in modo da continuare a condividere lo spazio con una o più persone con la quali non fa sesso???
E magari si, conosci una persona che lo ha fatto, ma non voglio concentrarmi sulle eccezioni. Qui vorrei concentrarmi sui fatti sistemici e non su rari controesempi: voglio provare a seguire i binari delle aspettative sociali e della ““normalità”” per poterli farli esplodere.

Quindi si, risignificare attivamente i propri rapporti dà la possibilità di ripensare allo spazio casalingo.

Cosa penso possa essere bello del coabitare con altre persone?

  • Benessere psicofisico
  • Costante monito del fatto che la comunità e la rete sia una cosa alla quale è bello non rinunciare
  • Mutuo aiuto

Attenzione: pratiche alternative di abitare non sono meno individualiste!

E se coabitare con altre persone non fosse un percorso meno individualista rispetto all’abitare da solx in un bilocale?

All’inizio non lo vedevo così chiaramente, ma l’insofferenza che provo verso l’individualismo e l’atomizzazione di tutte le sfere della vita non può avere come unica soluzione uno stile di vita diverso all’interno delle proprie mura domestiche. Anche se si decidesse di iniziare un percorso di coabitazione di qualche tipo, non bisognerebbe scordarsi del fatto che quello non è una soluzione.

Se la rivoluzione è collettiva, è necessario spendersi per creare una rete più fitta e capillare possibile.

A prescindere che si intenda una persona da sola, una copppia o una casa con 5 persone; se quell’insieme non rimane permeabile e non ha interesse nell’esplorare ed interagire con quello che lo circonda, allora si ha perso. Un abitare alternativo può essere un modo per creare una rete dietro la porta di casa, ma non credo si possa considerare meno atomico se rimane in se stesso.

In conclusione: io ho voglia di costruire un progetto abitativo che vada in una direzione diversa da quella preimpostata, ma quello che forse merita ancor di più di essere analizzato è il proprio stare e il proprio viversi la comunità che ci circonda.
La casa può essere uno spazio di continuo allenamento per buone e sacrosante pratiche di comunità ma, secondo me, non bisogna pensarla come una soluzione collettiva.


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